Archivio mensile:febbraio 2015

UNA POSSIBILIDADI EBBIA

Aintru de una selena nue de fumu,
chi parrit sa nèbida de Cankpe Opi,
uña tropa a cuaddu dereta a disterrai…
Cuntessit in su mar’ ‘e Longonsardu
e fintzas me is padròrius ‘e mundu nou.
In s’interis chi fuit unu si fùrriat,
no sceru chi siat sardu o indianu,
chi portit barrita o corona ‘e pruma:
“Donaisì una possibilidadi,
obeus una possibilidadi ebbia”.
Tašunka Witko fiat majgu devotu,
scidiat totu is sicretus de s’abbèliu;
Giommaria teniat carisma e sabiesa,
scidiat s’ati ‘e su cotoñi, de sa sagnìa,
de su sìlicu ‘e sa gessa ndi ‘ogai seda.
Tatanka Yotanka fiat s’apòstulu
de su baddu de su spìritu sagrau;
Frantziscu Sanna Codra fiat s’eroi
de su baddu tundu e su passu torrau.
Ambadus s’invasori at fusilau.
Totu is cuaddus de sa turri murisca
segant is acàpius e fuint atesu
cad’ ‘e  pandelas de òminis lìberus
chi benint anantis a fiotu ghiaus ‘e
Giuachinu Mùndula e Hehaka Sapa.
In s’interis chi fuit unu si fùrriat,
no sceru chi siat sardu o indianu
chi portit barrita o corona ‘e pruma.
Si fùrriat e mi giait cust’assunta:
Brabaricinus chei nadius Nemenuh
Trexentesus comenti a Siksika
Logudoresus a trass’ ‘e Shoshone
Abaresus a sa mod’ ‘e Tsitsistas 
Ollastrinus comenti a Hinonoeino
Sulcitanus comenti a Cherochee
Nugoresus a sa mod’ ‘e is Paiute
Arbarensis comenti a Lakota
Tataresus cun trassas Absaroke
Campidanesus comenti a Tinnèh
Gadduresus sìmbilis a is Dinèh.
Prim’ ‘e torrai a intzidiai su cuaddu
d’apu biu beñi, fiat su sàmbini miu.

88 una possibilidadi ebbia
 
Versi ispirati da Ghost dance di Robbie Robertson (di madre Mohawk, vissuto da ragazzo nelle riserve canadesi), album “Music for the Native Americans”, colonna sonora da tempo di Poeesie, brano assolutamente trascinante musicalmente e che unitamente al suo messaggio diventa esaltante, per chi, quando nei vecchi western suonava la carica dell’esercito amerikano, non si univa all’urlo di tifo degli altri bambini, ma parteggiava per gli indiani.
C’è chi ha innato il senso dello stare sempre dalla parte dei più deboli, quando schierarsi dall’altra parte è ingiusto. Poi si cresce, si conosce, si legge, si approfondisce e si è orgogliosi anche del proprio sentire dell’infanzia.
Il genocidio e le palesi illegalità perpetrate dagli USA e dal Canada nei confronti degli Indiani d’America non sono inferiori ai crimini commessi dai nazisti, con la differenza che questi sono stati riconosciuti universalmente e condannati, mentre quelli vengono generalmente ignorati come se non fossero accaduti e grazie a ciò si sono protratti fino ad oggi.
Le similitudini tra le nazioni native americane e il popolo sardo non sono una novità; tante nella sostanza le vicende che ci avvicinano e fanno più scalpore di tante situazioni attualmente ancora peggiori, perchè ne sono responsabili stati che si dicono e vengono considerati democratici. Non lo sono! Sembra che oggi l’unica differenza tra stati evidentemente totalitari e cosiddetti democratici, sia che questi ultimi hanno la possibilità di nascondere al mondo le proprie nefandezze esercitando il potere sull’informazione di massa.
Pochi conoscono la storia passata e recente degli Indiani d’America, e la controinformazione non ha la forza di giungere a tutti. Eppure sempre di più ci si accorge che gli USA sono stati e sono una grande mela marcia e i primi a denunciarlo sono stati proprio, pochi, ma grandi statunitensi, come Edgar Lee Masters.
Fin da Kennedy (e grande è stata la propaganda e la mistificazione) ci si è resi conto di quanto aleatorio fosse il concetto di democrazia negli USA; il loro diritto è la guerra, le questioni le risolvono a pistolettate.
La prudenza in occasione dell’elezione di Obama si è rivelata giustificata, come dire, certamente semplificando, ma per comprenderci, che anche il migliore degli statunitensi ha un senso della legalità e della giustizia piuttosto fosco.
(XVIII.XXX- 26.4 A)

Traduzione:
SOLO UNA POSSIBILITA’
Dentro una inerte nuvola di fumo,/ che sembra la caligine di Wounded Knee[1],/ una schiera di uomini a cavallo è diretta all’esilio…/
Accade nel litorale di Longonsardo[2]/ come nelle praterie del mondo nuovo./
Mentre galoppa uno di loro si volta,/ non distinguo se sia un sardo o un indiano,/ se porti il berretto frigio o il copricapo ornato di piume:/ dice “Dateci una possibilità,/ vogliamo solo una possibilità”./
Tašunka Witko[3] era un mistico,/ conosceva tutti i segreti dell’estasi;/ Giovanni Maria[4] aveva carisma e saggezza,/ conosceva l’arte del cotone, della flebotomia,/ del ricavare la seta dai filugelli del gelso./
Tatanka Yotanka[5]  era l’apostolo/ del ballo sacro dello spirito[6];/ Francesco Sanna Corda[7] era l’eroe/ del ballo tundu e del passo torrau[8]./ L’invasore ha fucilato entrambi./
I cavalli della torre saracena/ spezzano i lacci e scappano via/ verso stendardi di uomini liberi/ che avanzano in massa guidati da/ Gioacchino Mundula[9] e Hehaka Sapa[10]./
Mentre galoppa uno di loro si volta indietro,/ non distinguo se sia un sardo o un indiano,/ se porti il berretto frigio o il copricapo ornato di piume./
Si volta e mi dà questo messaggio:/ Barbaricini come i nativi Nemenuh,/ Trexentesi come i Siksika,/ Logudoresi come i Shoshone,/ Aleresi alla maniera dei Tsitsistas,/ Ogliastrini come gli Hinonoeino,/ Sulcitani come i Cherochee,/ Nuoresi alla maniera dei Paiute,/ Arborensi come i Lakota,/ Sassaresi con i modi degli Absaroke,/ Campidanesi con i modi dei Tinnèh,/ Galluresi simili ai Dinèh. [11] /
Prima di spronare nuovamente il cavallo/ l’ho visto bene, era del mio sangue./

Note:
[1] Cankpe Opi Wakpala (dal Lakota, punto del torrente del ferito), tradotto in inglese Wounded Knee Creek (torrente del ginocchio ferito, forse accomunando Cankpe – ferito – con Cakpe – ginocchio).
E’ il luogo ove il 29 dicembre 1890, l’esercito USA massacrò il popolo Lakota della riserva di Pine Ridge nel Sud Dakota.
[2] E’ l’attuale Santa Teresa di Gallura, la cui torre saracena occuparono nel giugno del 1802, Francesco Sanna Corda e Francesco Cillocco, in un estremo tentativo di liberare la Sardegna dai Savoiardi.
[3] Tašunka Witko in lingua Lakota “il suo cavallo è pazzo”. Per gli amerikani (ed è un’operazione che hanno fatto regolarmente, deformando i nomi di luogo, delle nazioni e delle persone) Crazy Horse tout court. Grande capo della tribù Ogallala (Lakota) 1840 ca – 5.9.1877.
[4] Giovanni Maria Angioy (Bono 21.10.1751 – Parigi 22.2.1808), il più grande dei rivoluzionari sardi del settecento. Giurista, si interesso anche di attività imprenditoriali, come la coltivazione del cotone e del baco da seta.
[5] Tatanka Yotanka (1834-1890), leggendario grande capo Lakota, della tribù Hunkpapa. Il suo nome significa “Bisonte seduto”, tradotto dagli amerikani Sitting bull.
La nazione Lakota, chiamata dagli occupanti Sioux (nemico), è formata da sette tribù: Hunkpapa, Sihasapa, Sicangu, Oohenonpa, Minneconjou, Oglala, Itazipco ed è imparentata, anche linguisticamente con i Dakota e i Nakota (termini che registrano le piccole variazioni dialettali, ma significano “amico”, “alleato”).
[6] Howi wacipi (Ghost Dance) è la danza in cerchio (ballo tondo) creata da Wovoka (Paiute) (1856 ca – 20.9.1932) insieme a una filosofia di pace, che ben presto assunse un significato religioso rivoluzionario e rappresentò un elemento di unione per i popoli indiani d’America. Rappresentò il pretesto per la strage di Wounded Knee e fu vietata dagli USA.
Ancora oggi è uno dei simboli rivoluzionari del nuovo movimento di liberazione degli indiani d’America.
[7] Sacerdote rivoluzionario sardo (vedi anche nota 2), teologo, era vicario di Torralba. Cadde nel tentativo di portare in Sardegna le idee della rivoluzione francese, nella fallita rivolta del 1802.
[8] Baddu tundu (significativa la coincidenza con la Ghost dance) e Passu torrau (ritorno sul passo precedente), sono balli sardi tradizionali.
[9] Avvocato (Sassari 1746 – Parigi 1799), seguace dell’Angioy, tentò fino all’ultimo di convincere i francesi a liberare la Sardegna.
[10] Hehaka Sapa (Alce nero) (1863-1950), sciamano Oglala (Lakota), venerato come un santo dalla sua tribù, si convertì al Cristianesimo, conservando le tradizioni indiane. Fu presente sia a Pejisla Wakpa, fiume dell’erba grassa (per gli americani Little big horn), che a Cankpe Opi.
[11] Popolazioni sarde accostate ad alcune nazioni indiane con i nomi in lingua madre. La maggior parte dei nomi significa “Il popolo”.
Nemenuh (il popolo) di lingua uto-azteca, sono i Comanche (coloro che vogliono sempre combattermi); Siksika (piede nero), lingua algonquian, per gli amerikani Black feet; Shoshone (popolo della valle), lingua shoshonean, conosciuti con il loro nome originario; Tsitsistas (il popolo uguale), lingua algonquian, noti come Cheyenne (in lakota, popolo che parla un’altra lingua), Hinonoeino (il nostro popolo), lingua algonquian, noti come Arhapaho (forse dal pawnee, commercianti); Cherokee (popolo che coltiva il tabacco), ma nella loro lingua irochese, sono Aniyunwiya (il popolo principale); Paiute, veri Ute, grande popolo di lingua shoshonean; Lakota, lingua siouan, (Sioux) vedi nota 5; Absaroke (piccoli dell’uccello dal grande becco), lingua siouan, per gli amerikani, Crow; Tinnèh, lingua athapasca, il popolo, ma passati alla storia con il nome Apache (nemico), Dinèh (il popolo), lingua athapasca, noti come Navajo (grandi campi coltivati).

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FASCISTE!

Siso sul muretto senza stile
dello mio ateneo non nuovo
maldestra giunge goliardica
la voce stonata mattutina
 
Avvolto da chimerico alone…
non ho nessuno da attendere
prima sì… Serena o Lisa, non so
NICHTS! KEIN! Non lo capirò mai!
 
Galehaut le roman… et captiva!
Placcava, gestiva, conduceva. Silenzi…
Voto senza poesia… e razionalizzò.

86 fasciste!
 
Sensazioni, attimi, momenti, istanti, lampi, fotografie e brevi ciak cinematografici, in un tempo che scorre, travolge, cambia, ritorna, svanisce, eppur si muove e mai si ferma.
Così il troubadour, assiso sul poco poetico muretto, ode, osserva, percepisce, ragiona, deduce, sentenzia, ricorda, stupisce con (auto)sarcasmo immutabile e sul volto una smorfia di riso sardonico.
Complicato spiegare il mondo, ognuno se lo spieghi da se… si possono tollerare al massimo gruppi di due, oltre siamo già all’adunata sediziosa.
In fondo niente è come sembra, ma se spesso sembra, ci si interroga.
Mi limito a precisare che il titolo non allude a una trattazione, ma è semplicemente un’ingiuria in francese.
Scrisse Virgilio, illustremente citato, “adgnosco veteris vestigia flammae”, trattavasi certamente di altra fiamma… sebbene anche lui fosse fissato con la patria italica.
(XVIII.XXX- 6/11.4 A)

IL SIGILLO DELLO SPIRITO

Appena dentro, istantaneamente,
ho visto l’opposto del surreale,
del magico, onirico o fatale:
un bagliore d’empatia ancestrale.
Pronto a confermazioni di massa
solamente, ma lì tutto percepii;
emanavan dall’aere le sembianze,
i modi, le andature, i tagli,
le maschere che conobbi oltr’Arci
ai tempi della scuola elementare.
Hanno portato con se la loro aria,
l’odore dei campi, delle fontane,
del paesaggio vissuto per le strade
e fattezze, zigomi, dentature,
visibili nell’alto Campidano,
tipiche a Terralba e Marrubiu,
come a Pabillonis e Arcidano,
eppur così precise solo a Uras.
Anche nei bimbi vedo i loro padri,
testimoni di varie stirpi sarde.
La cattedrale si traspone e scorgo,
nella volta, l’affresco vago e scarno
del soldato con l’elmo acuminato
in iconografia da catechismo,
teso ad infierire con la lancia
su santa Maria Maddalena a terra.
Intanto si conferma quella gente,
incede con svariate sfumature,
immortala la rappresentazione.
Il contegno che osservai allora:
la religiosità dal tono rosso
di sapore naif di fine secolo.

il sigillo

Tertio millennio adveniente il cattolicesimo iniziava la preparazione all’evento e al giubileo. Tre anni di preparazione che animarono tutta la chiesa locale, nel senso più ampio del termine. Fu così che quattordici anni fa mi trovai nel mezzo di una manifestazione di religiosità popolare dal vago sapore buñueliano o anche pasoliniano, che sarebbe banalizzante ridescrivere.
Una comunità storicamente rossa, a me nota, portava i suoi adulti al sacramento pentecostale nel duomo diocesano, generando un coacervo di sensazioni che misi immediatamente in versi.
(XVII.XXIX-28.6 A)

ROSALBA

Stille di memoria avanzano
alternando fotogrammi e movie
in un tenue alone black and white
nell’incerto sogno mattutino

Fluttuante tra nebbie celtiche
rivarchi il portale del Virgilio
…ho in pasto tua piuma di miele
immobile al centro di Via Giulia

…E dopo questo non c’è più nulla
Se passassi di là mi vedresti ancora
oramai eterna stele che ribrama l’Eden

84 rosalba
                   
In sardo esiste la parola precisa: sùrtidu… ciascuna frazione di sonno fino ad ogni risveglio (non mi proponete pisolino, pennichella, sonnellino, che hanno differente valore semantico e al massimo rappresentano solo una parte del significato). Su sùrtidu è un’unità di misura ancestrale, quando è unico vuol dire che si è ben dormito, ma più comunemente se ne hanno lunghi e brevi… poi ci sono quelli del mattino, intorpidenti, e l’ultimo è avvezzo al sogno, al sogno che si ricorda.
Così sono nati questi versi, dall’ultimo sùrtidu di un mattino di fine primavera; dittati, magari non da Minerva e Apollo, ma tant’è; peraltro io non sono Dante… Fu la prima volta, perchè è accaduto di nuovo, alcune altre… Un fenomeno delicato, piacevole… E come non cercar di trarre insegnamento dal poeta? “I’ mi son un che, quando/ Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch’e’ ditta dentro vo significando…”.
Brutto ferire quest’atmosfera con annotazioni tecniche, ma devo dire, per quanto possa essere critico di me stesso, che considero questo brano un preciso punto di svolta della mia maniera (“Voi ch’avete mutata la mainera/ de li piagenti ditti de l’amore…) di versificare.
(XVII.XXIX-10.6 A)

EUROPA DEI POPOLI

 Nella penombra appena schiarita dalla lucerna,
 il cui bagliore era assorbito dagli alberi d’ulivo
 ondeggianti al soffio del vento d’autunno
 e dai muri a secco di basalto,
 nella strada deserta di Figus,
 l’uomo si avvicinò al portale ad arco,
 aprì, lo varcò e si perse
 nel cortile buio della casa.
 Rita Urraci udito il tocco sul vetro della porta,
 aprì senza esitazione.
 Bardilio Cannas era atteso.
 I compagni, rotto il cerchio intorno al focolare,
 lo abbracciarono uno dopo l’altro.
 Egli comunicò la riconquistata libertà
 avvenuta senza spargimento di sangue.
 Così i patrioti di Figus
 seppero del loro popolo libero
 nella grande Europa.

83 l'europa dei popoli

Per un sardo l’Europa, quella vera, federale e sovrana (non l’accozzaglia di interessi statali che è oggi), rappresenta un valore positivo, il superamento dello stato coloniale, della condizione di territorio occupato, l’Europa dei popoli appunto.
L‘Europa ha una legislazione molto avanzata che tutela e difende le minoranze e per loro in molti casi è una garanzia, una difesa.
Il brano, riduzione di omonimo in prosa, dipinge un breve quadretto patriottico in cui la Sardegna riconquista l’autogoverno ed entra, senza armi e come popolo libero, nella grande Europa.
Premio letterario “Un racconto per televideo” (1996).
(XVI.XXVIII-24.12 A)

ITA AS A FAI FRANCU MABONI?

Ita as a fai Francu Maboni?
immoi ses beniu a paragoni…

In nòmini de su pòpulu sardu
ti ses sètziu in cuddu parlamentu,
no  pentzist d’essi sou a su traguardu,
chi s’idea no potzat teñi fundamentu;
lassa perdi chi no tenit riguardu
e circat de insertai scoramentu.

Ti ndi iat a depi parri bregùngia
chi su pòpulu sardu colonizau,
chena riscatu, non movat uña frùngia,
finzas su padanu est prus abizau.
Immoi ca ses inguñi fuedda e murrùngia,
boleus biri su chi as manizau.

Ti ndi pesas dintedì de su scannu
cun sa pandela de is bator moros?
Arregorda a is itàlicus su dannu
chi ant fatu, sa fura, is disdoros;
pista is peis, iscaratza s’ingannu,
poniddi infatu ai cussus matamoros.

Poñi chistionis e sémpri ammentaddas,
in limba nosta allega, scrii e batalla,
soberania e atras causas cheriddas,
su traballu po is sardus atanalla,
is afrentas cun sa rifata luiriddas
e goi s’identidadi nosta talla.

Ita as a fai Francu Maboni?
imoi ses beniu a paragoni…

82 ita as a fai

Alle elezioni politiche del 1996, vinte dal centro-sinistra di Prodi, venne eletto l’ultimo (almeno fino ad ora) parlamentare sardista, il sen. Franco Costantino Meloni, avvocato di Nulvi scomparso nel 2002, già sindaco di Sassari per il PSI, poi consigliere regionale e presidente del PSd’Az.
Salutai il fatto con particolare entusiasmo, giacchè da anni nessun sardista aveva più messo piede in parlamento, anche a causa di una politica autolesionista dei partiti autonomisti/indipendentisti e di una eccessiva frammentazione, la cui analisi in questa sede vi risparmio.
Era il periodo in cui avevo ripreso gli studi universitari e da anni era intenso il mio impegno nel sindacato sardo, scrissi dunque questi versi sulle ali di una certa esaltazione, ma prudenti, giacchè da anni i psdazzini avevano dimostrato di non saper o voler volare; una volta raggiunta la carica, occupata la sedia, vivacchiavano nell’anonimato più indolente e di tutte le battaglie e gli ideali di cui si discuteva in assemblee e congressi non se ne faceva nulla.
In questo senso dice tutto il verso “finzas su padanu est prus abizau”… Ergo, è vero che ciò che ho in comune con Bossi è sostanzialmente pari a zero, ma se qualche sardista avesse avuto un minimo della sua ostinazione, non sarebbe stato male.
La struttura, semplificata, e la natura dei versi, sono vagamente ispirate alla lauda/ballata “Que farai, Pier da Morrone?” di Jacopone da Todi, con i dovuti distinguo a questo punto: le perplessità di Jacopone non riguardavano la persona dell’eremita di Isernia, ma la carica di papa che assumeva nel contesto corrotto della chiesa del duecento e infatti dovette abbandonare.
Tuttavia spendo una buona parola per Meloni, pur non avendo verificato cosa fece concretamente per lo scopo: durante il suo mandato, dopo anni di attesa, di sgambetti e ritrosie, finalmente fu approvata legge 482/99 che riconosce e tutela le minoranze linguistiche, tra cui il sardo.
(XVI.XXVIII-11.10 A)

Traduzione:
CHE FARAI FRANCO MELONI?
Che farai Franco Meloni?/ ora sei venuto alla prova dei fatti…/
In nome del popolo sardo / hai preso posto in quel parlamento,/ non pensare di essere solo in questo nuovo impegno,/ che i nostri ideali non abbiano fondatezza;/ non curarti di chi non ha alcun riguardo/ e fa di tutto per provocare scoraggiamento./
Dovresti provare vergogna per il fatto/ che il popolo sardo, colonizzato, / irredento, non faccia una piega,/ perfino i padani son più accorti./ Ora che sei lì parla e protesta,/ vogliamo vedere quanto hai programmato./
Ti alzi ogni giorno dal tuo seggio/ con la bandiera dei quattro mori?/ Ricorda agli italiani i danni/ che hanno fatto, le ruberie, i disonori;/ impuntati, smaschera l’inganno,/ stai alle calcagna di quegli sbruffoni./ Solleva problemi e ricordali sempre,/ parla, scrivi e combatti nella nostra lingua,/ pretendi la nostra sovranità e altre cause,/ ottieni il lavoro per i sardi,/ riscatta le offese con il risarcimento/ e così la nostra identità progetta./
Che farai Franco Meloni?/ ora sei venuto alla prova dei fatti…/

SAS ANTIGAS DIVISIONES

In mes’ ‘e s’àndala ‘e vida mia
mi seu agatau in bidd’ ‘e Otieri
cun tziu Antoni Cuccu, imprenteri
de Sa mundana e de sarda poesia.
“Sas Antigas divisiones donu a tia
de Bobore Pòddighe, magineri
de versus” narat; sighit “Innoi peri
cada bidda spèdria, scis, t’agataia”.
De pat’ ‘e Useddus, Montis e Marmilla,
marrau! tzi’… mancat bidda Barumela,
Atzeni, Sitzamus, Mraxi e Ussarilla,
Bonòrzili, Gemussi e Serzela.
Ti mandu in celu, o Bore, un’antzilla
e a abboniai sas Divisiones incarrela.

80 sas antigas divisiones

La mattina di un 11 settembre, a Ozieri, poco distante da Sassari, rividi tziu Antoni Cuccu di San Vito. Come sempre aveva disteso il suo telo di plastica ed esposto i suoi libri, da lui stampati in tipografie compiacenti con i proventi delle vendite che effettuava in tutta la Sardegna, spostandosi con il suo mezzo sgangherato come lui stesso, ormai vecchio, ma sempre con lo stesso animo tenace e combattivo.
La sua figura mi ha accompagnato da sempre, nelle feste locali, vicine o distanti; quell’uomo ha venduto libri a diverse generazioni di sardi, nonni, padri, nipoti. Persona tranquilla, un monumento ambulante, sapeva tutto della poesia e della letteratura sarda, aveva conosciuto i poeti che stampava, conosceva aneddoti, un Editore che non ti aspetti.
Con altri compagni lo avevamo cercato nel periodo movimentista per fare qualcosa, per un supporto; erano tempi di grande entusiasmo, e se il nostro regrediva per la vita che andava avanti, lui era sempre lì, imperturbabile. Il nostro intento principale era che il suo lavoro, in parte di filologo spontaneo (visto che raccoglieva anche testi tramandati solo oralmente), non venisse vanificato. Molte biblioteche pubbliche, compresa la nostra, acquistarono tutte le opere da lui pubblicate.
Quella volta, l’ultima che lo vidi, ci parlai per un’oretta, acquistai un testo e visto che ero del paese di Gramsci, me ne regalò un altro lui.
Qualche settimana dopo scrissi in suo onore questo sonetto scherzoso che non ha mai letto. E’ scomparso nel 2003 e fortunatamente non se ne è persa memoria.
Il brano stabilisce un rapporto confidenziale tra i personaggi che amano la poesia, con lo stesso spirito che anima per certi versi il dolce stilnovo, ma anche l’ironia delle gare poetiche sarde.
(XVI.XXVIII- 11.10 A)

Traduzione:
LE ANTICHE RIPARTIZIONI
Alla metà del cammino della mia vita[1]/ mi son trovato nel paese di Ozieri/ con signor Antonio Cuccu[2], editore/ de La mondana[3] e di poesia sarda/.
“Ti dono le Antiche ripartizioni[4]/ di Salvatore Poddighe[5], mago/ della versificazione” dice; continua “Qui anche/ ogni villa scomparsa, sai, ti troverei”/.
Di Parte Usellus, Montis e Marmilla,[6]/ marrano![7] signor… manca villa Barumeli,/ Atzeni, Sitzamus, Villa Margini e Ussarella,/ Bonorzili, Gemussi e Serzela.[8]/
Ti invio in cielo, o Salvatore, una messaggera/ e avviati a rifinire le Ripartizioni./

Note:
[1] Citazione volontaria (vedi note successive).
[2] Antonio Cuccu di San Vito (CA) 1921-2003, militante della poesia sarda, editore povero, trovatore. A sue spese raccoglieva, stampava e vendeva, nelle piazze, i mercati, le sagre, le manifestazioni dell’isola, testi di gare poetiche, canzoni e commedie della tradizione orale sarda, compresi capolavori della cultura sarda non più editi da tempo.
La sua vita è stata dedicata al recupero della cultura popolare sarda, che altrimenti sarebbe andata dispersa.
Sulla sua vita i registi Antonio Sanna e Umberto Siotto hanno realizzato il film “La Valigia di Tidiane Cuccu”, che parla anche del senegalese Check Tidiane Diagne che ne sta continuando l’opera.
[3] “Sa mundana cummedia” di Salvatore Poddighe è considerato uno dei capolavori della letteratura sarda. I suoi versi fanno da modesto contraltare alla “divina” di Dante e per questo non è casuale il mio inizio.
[4] “Antigas divisiones de Sardigna” è un’altra opera in ottave di Salvatore Poddighe, che cita in rima tutte le ville degli antichi Giudicati (i quattro Regni in cui era suddivisa la Sardegna intorno al mille).
[5] Salvatore Poddighe nacque a Sassari il 6 gennaio 1871, originario di Dualchi. Ereditò dal padre la passione per i versi e per l’improvvisazione poetica. A 18 anni raggiunse Iglesias dove lavorò come minatore. Sposò Maria Zuddas di Sardara. A Iglesias divenne amico di tanti altri poeti, tra cui: Pittanu Morette di Tresnuraghes, Pietro Caria di Macomer e Antonio Bachisio Denti di Ottana.
Nel 1910 si trasferì a Torino dove per qualche anno lavorò come operaio. Dovette, però, rientrare a Iglesias a causa della malferma salute della moglie.
Il suo capolavoro è “Sa Mundana Cummedia”, l’operetta che doveva conquistargli la fama che dura tuttora.
La dittatura fascista ne operò la censura e il sequestro. Nel 1932 l’azione di repressione dell’attività dei cantori e in generale dei poeti in lingua sarda fu generalizzata. Nel 1935 venne l’ordine di sequestro per l’opera di Poddighe. Ciò rappresentò un durissimo colpo per il poeta che al termine di una lunga crisi morì tragicamente a Iglesias il 14 novembre 1938.
[6] Tre delle ripartizioni in cui era suddiviso il Giudicato di Arborea con capoluogo ad Oristano
[7] Marranu è un’antica esclamazione la cui origine è evidente, ma che persiste nel sardo decontestualizzata. Si usa da sola o come avvio di un monito.
[8] Si tratta di villaggi delle ripartizioni anzidette scomparsi nel medioevo.

CUMPARIT FÉMINA A SU NOBIL CORU

Cumparit fémina a su nobil coru,
narat sa manera ‘e unu movimentu
cun raxinas de Marmilla a Gennargentu,
de Casteddu finzas a Logudoru.

Cun issa ia bolli fai s’edad’ ‘e s’oru;
fillus e cumpàngius sigant su bentu,
ca est tempu de sardu resorgimentu:
non prus preitza, chen’ ‘e tzapu est su moru.

Ohi! Torrai a inghitzai de Giommaria.
Ma atrus cent’annus no depint passai
chena de ci bogai sa genti stràngia.

Nous fidelis a Marta e no a Maria,
po sa causa a totu tundu traballai
de natzione Sarda nosta cumpàngia.

79 cumparit

Composta lo stesso giorno della precedente, frutto della stessa esaltante ispirazione, ma quanto è intima quella, tanto è politica questa; quella si ispira all’amore stilnovista, questa a quanto di ipoteticamente sovversivo ci fosse nei Fedeli d’amore.
Un flash che viene letto in due modi diversi: il piacere dell’amore intimo, ma anche la celebrazione dello stesso in un impeto libertario e rivoluzionario in cui la donna amata è ispiratrice e guida, come Beatrice con Dante.
(XVI.XXVIII-6.4b)

Traduzione:
UNA DONNA SI PRESENTA AL CUORE NOBILE
Una donna si presenta al cuore nobile, (1)/ gli dice il modo di fondare un movimento/ con radici dalla Marmilla al Gennargentu,/ da Cagliari fino al Logudoro./
Con lei vorrei realizzare l’età dell’oro;/ figli e compagni seguano il vento,/ perché è il tempo del risorgimento sardo:/ non più accidia, il moro è senza benda. (2)/
Ahi! Dover ricominciare dai tempi di Giommaria. (3)/ Ma altri cento anni non devono passare/ senza che lo straniero sia cacciato./
Nuovi fedeli (d’amore) (4)  a Marta, non a Maria, (5)/ lavorate a tutto tondo per la causa/ della nostra compagna nazione sarda.

Note:
1 – Diretta ispirazione ai versi del dolce stil novo
2 – Riferimento alla bandiera sarda dei 4 mori, introdotta in Sardegna dai catalano-aragonesi, che rappresenta le teste dei re saraceni, quali trofei di guerra. Questi re per tantissimo tempo venivano rappresentati con la benda sugli occhi, la ricerca storica ha dimostrato che la benda, simbolo di regalità, stava invece sulla fronte.
La bandiera 4 mori è ormai entrata nella tradizione sarda e i mori hanno perso il senso originario di nemici.
Avrebbe più dignità di essere la nostra bandiera, la quercia sradicata degli Arborea, che diedero alla Sardegna (quasi unificata da loro) gli unici secoli (quasi sette) di governo indipendente dallo straniero.
3 – Giovanni Maria Angioy, il più eccellente dei patrioti sardi. Tra settecento e ottocento combattè per la liberazione della Sardegna dal giogo dei Savoia.
4 – Nuovi fedeli d’amore era il movimento che legava i poeti del dolce stil novo, e pare avesse anche fini politici, velati anche nei loro versi.
5 – Marta e Maria, in Dante (Comedia) rappresentano l’una la vita attiva e l’altra la vita contemplativa, con riferimento al Vangelo (Lc. 10,38-42)

DONNA M’APPARE E MI PLACA IL CUORE

Donna m’appare e mi placa il cuore,
ha preso e avvolto il mio pensiero,
ei in lontananza parmi sia Amore
ma da vicino disconosco ‘l vero.
La gota sua spande il mio ardore,
Eros ha impetrato il sentiero
e benché interdetto dal furore
ho chiesto le sue labbra guerrigliero.
Come sole nel primo equinozio
da splendente tosto s’è oscurato
al passo di nube in precipizio,
così il suo volto da giocondo, irato
mi mostra della luna il giudizio.
Tramo l’ignoto e capto l’errato.

78 donna m'appare

Dopo un percorso iniziato con la prima adolescenza, siamo a dei flashback dentro le aule dell’Università.
La ripresa intensa e approfondita degli studi letterari ha ispirato questo sonetto di vago sapore stilnovista.
Uno sguardo fulmineo e inatteso, un contatto, una tenerezza, e altrettanto improvvisamente il percorso opposto ugualmente imprevisto, sorprendente e per certi versi inquietante ed enigmatico.
(XVI.XXVIII-6.4 A)

TANJA

Come balsamo, serbo memoria
di quella carrozza, a Mosca,
ove sentii i tuoi seni
e lisciai duro le tue cosce.
Tu interdetta tollerasti
e fremeva tutto il tuo corpo;
ti indussi in cantina,
ma ti negasti in nome di Julca.
La tua costante presenza
rende evidente l’impotenza
del mio corpo malato, ma vivo,
tra queste mura chiuse da sbarre.

77 tanja

Una mascalzonata! Un Gramsci erotico, novità assoluta, dissacrante… In realtà un pensiero a un Gramsci vivo, umano, comune, nel periodo trascorso a Mosca nel 1925.
Ancora oggi il rapporto tra Tatiana Schucht e Antonio Gramsci, resta velato di mistero. Per approfondimenti posso segnalare due interessanti libri: Lettere 1926-1935 di Antonio Gramsci e Tatiana Schucht (a cura di Aldo Natoli e Chiara Daniele), ed. Einaudi e La Russia di mio nonno. L’album familiare degli Schucht di Antonio Gramsci jr., ed. L’Unità.
Gramsci si recò per la prima volta in Russia nel 1922 a rappresentare il Pcd’I nell’esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Malato, ricoverato per le cure del caso, conobbe Eugenia e Giulia Schucht, che sarebbe diventata sua moglie.
Solo nel 1925 conobbe a Roma Tatiana Schucht, sorella maggiore di Giulia, poco prima di tornare a Mosca per un altro esecutivo dell’IC.
Nel Novembre 1926 venne incarcerato dai fascisti, fino alla morte avvenuta nel 1937.
(XVI.XXV-5.11)