Archivi categoria: canti… per Eva

LE NOSTRE NOTTI

I nostri corpi si muovono attenti,
si sfiorano silenti, si pressano,
irresistibilmente attratti da
un’essenziale affinità basica.
Le nostre menti già oltre il tempo
nutrono la frenesia istintiva
di un desiderio travolgente… e
su per le scale ormai ti agguanto.
“E allora?” Colpo d’occhio allusivo,
dissimulante, ed è eretto, ficcante.
Dialogando di giustizia sociale…
Il tuo respiro si fa implorante,
navigo nel buio anfratto tra cosce,
aneliti, seni, docile bocca,
avvolti nell’amplesso deflagrante,
mollezze, umori, baci, carezze…
Come!

le nostre notti

Scritta dopo una delle nostre notti di veglia e in questa notte e solo in questa, mi ha chiesto dei versi… e sono stati subito questi.
Endecasillabi sciolti… “caudati”.
(XXVII.XLIII – 11.2 A)

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ABOUT PROMENADE…

Scusa se ti chiamo amore
e son lievi queste parole…
Minerva spira d’improvviso
ora ch’è ita mi rendo conto.
Queste notti abbracciato a te
l’hanno scossa… Sorpresa, paura…
della libertà del nostro a.
Flash all’inizio di via Giulia
che percorriamo avvinghiati,
ogni dieci passi un bacio.
In fondo, al centro della piazza,
violeremo i sampietrini
sfilandoci il nostro casual,
con l’approvazione delle acque
fluenti oltre il muretto…
e il traffico lento ammiccante.
Stupenda la presentazione…

68 promenade

Trasposizione di un sogno mattutino. Al risveglio si formarono i primi versi, come fossero dettati… Fenomeno già accaduto per altri brani precedenti, come sapete.
A Roma per la presentazione del mio libro, utilizzo la mattina per visitare la città con lei; le nebbie oniriche si alzano all’inizio di via Giulia che percorriamo tutta, ebbri di passione, finché alla fine, dove la via si congiunge con il Lungotevere, ci stendiamo sul selciato…
Novenari in parte irregolari.
(XXV.XLI – 28.3 A)

PROFUMO INTENSO DI TRENTA ROSE

Profumo intenso di trenta rose
dian questi versi, pari all’estasi
che annuseremo amandoci, mi vida…

D’anonima data al volger autunno
il nostro trionfo, al bastione virtuale:
fortunale, buriana, uragano!
Mi leggi tra le righe, malagueña.

En  la primavera tu nacimiento,
altra pagina di storia, andalou:
“sueño besar un verdadero poeta…
en la boca, claro que si… te deseo”.

Unica caramella in my life,
renderti le labbra opache di sensi,
negli occhi carpirti il piacere
che desidero darti… Yo tambien te amo.

Unguento del Libano nelle mani,
‘chè affinino loro sensibilità 
e godano delle carezze e ansimi
no sólo una vez, si no mil y mil veces.

a sonia

L’inverno è lungo, molto più della bella stagione, che proprio per questo scorre rapida e si lascia dietro rimpianti.
Le belle giornate d’inverno si ricordano di più proprio perchè rare e tali sono anche quelle senza sole, quando il fortunale si abbatte contro le case, ma noi stiamo dentro al caldo del camino a rimestar castagne o tra bei sogni nel tepore del letto. Allora anche la tempesta racchiude in se quel non-so-che di lirico.
L’inverno ha code anche in primavera e che dire dei temporali estivi, ma passeggeri, alla fine dei quali rimane l’intenso odore di terra e il ritorno della sfiancante calura. Intemperie…
(XXIV.XL – 16.4)

LINDA’S SUGGESTION

I come from Budapest. Per incanto
son già nel tuo campo magnetico,
as scheggia smarrita in pieno big bang,
permeato of a thrill at Brescia station.

Milan is your ace, alfa, beta, gamma.
Ti surrogo, clono, at Scala theatre.
Ancora a captare la tua essenza
sedotto from your shown morbidità.

…Da baita che domina il tuo mondo
m’alzo la notte, sploffiam tra le coltri.
…Torno, Cefa, a donarti quel momento.

101 linda's suggestion

Ultimo atto della quadrilogia di viaggio iniziata con Roma 2006.
Questa fantasia nasce in treno di ritorno da Budapest, ma il teatro è prevalentemente esterno. L’emozione per il passaggio sotto il suo cielo  accende il desiderio e la passione.
Trasposizione surreale che unisce realtà vissuta e immaginazione; vedo lei che non c’è, ma la suggestione tanto intensa me la riproduce accanto.
(XXIII.XXXIX – 19.2 A)

I COME FROM BUDAPEST

I come from Trieste, citoyen de la
douăzeci şi patru oră… sat… ura.

Suddenly, coup de foudre pentru Gina.
Mi ha detto “sorry!”… oh… sorridente;
pervicacemente… ehm, non dormire,
uhm… per sgranarle gli occhi addosso
su tutta la linea Trieste-Budapest.
S’isola, va e vien, dorme, la bramo,
tendo ad entrare nella sua mente,
lei razionale; la perdo a Keleti.

Magyar lány angelicata homing,
dai seni generosi tug on tight bra
e lunghe gambe da donna, lookfor me;
mi trova, senza tregua, la divoro.
Mi ha detto “Niet” (I don’t come in…)
Occhi slavi, come rumeni Gina.
Dolce, curiosa, sussurro ‘come here’?
Dove scendi Csilla? a Nagykanizsa!

Rammarico: non conoscete i versi!

100 I come from budapest

Trieste, settembre, piena estate, eppure di sera si alza un forte vento e cala il fresco; il treno per Budapest partirà alle 23,30. Al binario 7, ci sono vari gruppi di persone, uno più folto di ragazze/i, ma il mio sguardo incrocia subito il suo; sollevo gli occhi e ancora lei… e ancora… e ancora…
Lei è Gina (leggi Ghina), rumena, di ritorno con il suo gruppo da un viaggio in Francia, è spigliata, vivace, estroversa, ma riflessiva.
In treno mi sta di fronte… e di nuovo a lumare… un capriccio…
Pest, Keleti, pomeriggio caldo, vento fresco, umido, italians, discreto baccano, a fianco Csilla, una piccola dea dell’est, curiosa, distaccata, complice… Scrivo i versi con la musa accanto, poeesia alla spina
E’ il brano simbolo del plurilinguismo introdotto nei miei versi, qui non solo estetismo sonoro, ma suono reale del viaggio.
(XXII.XXXVIII – 9.9 Fonyod)

traduzione:
VENGO DA BUDAPEST
Vengo da Trieste, cittadino della/ ventiquattresima ora… ora… ora.
(rumeno… croato… sloveno: oră… sat… ura)/
Immediatamente, colpo di fulmine per Gina./ (rumeno: pentru)
Mi ha detto “mi spiace”… oh… sorridente;/ pervicacemente… ehm, non dormire,/ uhm… per sgranarle gli occhi addosso/ su tutta la linea Trieste-Budapest./
S’isola, va e vien, dorme, la bramo,/ tendo ad entrare nella sua mente,/ lei razionale; la perdo a Keleti./
Ragazza ungherese angelicata al ritorno,/ (ungherese: magyar lány)
dai seni generosi tirati su dal reggiseno attillato/ e lunghe gambe da donna, mi cerca;/ mi trova, senza tregua, la divoro./
Mi ha detto “no” (non vengo in…)/ Occhi slavi, come rumeni Gina./ Dolce, curiosa, sussurro ‘vieni qui’?/ Dove scendi Csilla? a Nagykanizsa!/
Rammarico: non conoscete i  versi!/

LINDA

Contemplo chiaroscuri volto
d’equa effigie di dea greca
dalle palpebre poco alte
simmetriche labbra chiuse

Carezzo i tuoi capelli
colore del fulgido oro
sfioro le tue gote velluto
schiudo la tua bocca con mia

in bacio che priva dei sensi
la lingua risale sul naso
ad aprire tuoi occhi cielo

97 lf

Un volto, un’anima, luminosa arte… i versi fluiscono da soli e bastano a se stessi.
(XXII.XXXVIII – 22/23.3 A)

FULGORI

Il fulgore che precede il risveglio,
pelicula riflessa sul torpore,
frammento di te ormai sconosciuta,
tra la bruma ti effigia matura.
Dura il tuo fascino sempre nuovo,
misterioso, potente… il rimpianto.
Non chiamata dal mio impaccio, venisti,
lambii il tuo seno, ti sfiorai la bocca
e volente ignoravi il passato.
Ti racconta venditrice di scanni
e in taberna in situation con lei,                             (echi)       
in intelligence di base lynchiana,                             (dream)
jumping on solitary telepathy                                       (music)
in geometrico complotto di sensi.

91 fulgori

Ancora un frammento della seria onirica. Racconta un sogno complesso, ricordato solo in parte al risveglio, ma di forte intensità emotiva, caratteristica necessaria per la trasposizione in versi, come nei casi analoghi già visti.
La protagonista è uno dei miei più grandi amori adolescenziali. Amore grande quanto platonico, benché duraturo; una sorta di “Beatrice” personale, la storica, non quella angelicata nella Comedia.
A lei è dedicato anche il brano Ermetica, scritto ai tempi…
Siccome “Le poesie non si spiegano, se raggiungono il posto giusto le senti, ti grattano dentro” (Margaret Mazzantini), non posso aggiungere altro, altrimenti parlerei di tutto quello che si nasconde in questo lungo romanzo di pochi versi, dei topoi privati, dei paradossi, delle ermetiche citazioni, delle suggestioni, delle figure retoriche… però è anche vero che la mia è solo una poeesia…
(XX.XXXIII – 8.5 A)

IN LAUREA DI ANNA ALESSI

Notte d’incubo: lucertole, gechi;
paure recondite d’epoche saure,
suggestioni maledette, forse spleen,
non dirëi ça ira, né ennüi.

Frammentar simboli, just ermetismo.
Flash sobre tu cara a la decima ora:
interrogano un’immagine, vedo,
immobile, statuaria, silente.

Certo messaggïo subliminale.
Capto l’attenzione dei dieci saggi,
comunicazione ipersensoriale.

Levi: Paura della libertà. Sangre!
Liberazïone (della femmina…).
Scorgo profilo, mezzogiornoesette:

classico busto Caesar Augusti est,
statica Sfinge, Hermes or Sibilla…
Lau! Laura! Laurel! Laurier! Lauro! Laurus!

90 in laurea

Di tutti i miei brani ispirati da un sogno, questo è quello che più di tutti lo racconta, nel senso che, a parte la finitura della versificazione (in endecasillabi), c’è dentro il sogno vero – insomma, il sogno sognato -, del quale ancora oggi posso richiamare a mente le immagini.
Ma la particolarità di questo strano sogno è che mentre avveniva, la mia amica e collega di studi Anna Alessi si laureava con una tesi su Carlo Levi, mia vecchia conoscenza letteraria (vedi Paura della libertà).
Il giorno prima avevo dato un esame e il 30 marzo 2001, venerdì, mi ero concesso un giorno di riposo, dormendo fino a mezzogiorno. Quel sogno mattutino pertanto evocava un fatto che avveniva in contemporanea, una sorta di reportage onirico.
Al risveglio la mia meraviglia fu tale che misi nero su bianco quel mix di immagini, ben lieto di fare un omaggio ad Anna in quel giorno tanto importante. La celebration si estrinseca nell’ultimo verso, in una sorta di urlo pirotecnico.
(XX.XXXIII – 31.3 A)

IL GIOCO ASSURDO

Pronuncio il tuo nome sillabando
ché duri a lungo come “donatella”,
sol basti per cadere in estasi
nel tiremmolla del gioco assurdo.

Incrociando il tuo sguardo, persisto,
intensamente esplicito che voglio,
lo chino solo per mirar il seno
i cui frutti cremosi non disdegno.

Mi struggo per la tua carne sfiorita
con qualche segno e crespa tra mollezze.
Offri baci celati, occhi dolci.

89 il gioco assurdo

Potrei scrivere giocoassurdo, tanto è univoca e chiara per me questa situazione, che riconosco e definisco tale ogni volta che ritorna. Come è vero che ognuno di noi ha un proprio linguaggio, propri campi semantici che estende e restringe in base a tante variabili esclusive, proprie di una sola persona.
Dico questo perché non so se nell’introdurre il concetto renderò esattamente la mia idea, anche perché per me il fenomeno è abbastanza ricorrente e mi stupisco sempre, come davanti a un dejà vu.
Il giocoassurdo è come un romanzo, lo puoi vivere in prima persona, o essere osservatore esterno; può anche essere piacevole, intrigante, allora si può coltivare, prendere a piccole dosi, senza fretta. Ma come negare che spesso è stressante e deludente, evanescente, snervante… soprattutto se non evolve positivamente e resta assurdo.
Anche questo brano ha origine da ispirazione onirica mattutina.
(XIX.XXXII – 31.10 A)

FASCISTE!

Siso sul muretto senza stile
dello mio ateneo non nuovo
maldestra giunge goliardica
la voce stonata mattutina
 
Avvolto da chimerico alone…
non ho nessuno da attendere
prima sì… Serena o Lisa, non so
NICHTS! KEIN! Non lo capirò mai!
 
Galehaut le roman… et captiva!
Placcava, gestiva, conduceva. Silenzi…
Voto senza poesia… e razionalizzò.

86 fasciste!
 
Sensazioni, attimi, momenti, istanti, lampi, fotografie e brevi ciak cinematografici, in un tempo che scorre, travolge, cambia, ritorna, svanisce, eppur si muove e mai si ferma.
Così il troubadour, assiso sul poco poetico muretto, ode, osserva, percepisce, ragiona, deduce, sentenzia, ricorda, stupisce con (auto)sarcasmo immutabile e sul volto una smorfia di riso sardonico.
Complicato spiegare il mondo, ognuno se lo spieghi da se… si possono tollerare al massimo gruppi di due, oltre siamo già all’adunata sediziosa.
In fondo niente è come sembra, ma se spesso sembra, ci si interroga.
Mi limito a precisare che il titolo non allude a una trattazione, ma è semplicemente un’ingiuria in francese.
Scrisse Virgilio, illustremente citato, “adgnosco veteris vestigia flammae”, trattavasi certamente di altra fiamma… sebbene anche lui fosse fissato con la patria italica.
(XVIII.XXX- 6/11.4 A)