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A SIENA

Lustri trascorsi come nulla fosse,
sembra il domani della prima volta
a Siena, vedute a tratti rimosse.
Tappa in circostanze fortuite colta
che passaggio d’israelita promosse,
firstling causa Palestina irrisolta.
Epic night all’addiaccio nello stadio,
gennaio, fatta sera là mi insedio.

Quale feticcio cerco tal presidio
essenzialmente cambiato dal tempo,
di assenze e moti obliati stillicidio,
puzzle altera carte nel frattempo.
Del portico arcuato è il nuovo episodio,
il mitico affaccio in piazza del campo:
di fronte situa il duomo la memoria,
sintesi architettonica aleatoria.

Sequenza di cui è arduo ricrear la storia,
di spazi ampi nella realtà ristretti,
eppur gioielli d’immutata gloria
di una città dai multiformi aspetti.
Nel mescolio l’incerta traiettoria
della fonte cui ricorron gli assetti:
smarrita, una a parete ne battezzo,
ma ricordo lo spiazzo e stava in mezzo.

Lascio il passato e il mio tour attualizzo
con lei assidua che sussurra apprensione,
accompagna passi e atti che realizzo,
comanda di mie mosse indecisione;
direzione tridimensionalizzo
postque decumano sublimazione –
ab ante scale infinite al Cannon d’Or -,
usque ad arena del palio in messidor.

Altri varchi all’Assunta di termidor,
tra i volti del fiorile su e giù errante;
centro di contrade e borghi que j’adore,
da quella de’ Servi ai colli del Clante
…e al Pomodorin, pappa col pomodor.
Leggenda è ormai la senese zelante
che offrì sulla soglia dei Benincasa
servigi, essendo di grazia pervasa.

139 a siena

Ottave di endecasillabi
(XXVIII.XLIV – 21.4 Siena)

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ASSISI

Da questa giornata iniziata male,
bacata dalla tua inattesa assenza,
una sparizione che è sofferenza.
In caso di attrazione degli opposti,
da Goethe a Castoldi, nuoce o consola,
secondo dei propositi armoniosi.
Fiore laudato sie Padova-Assisi,
estasi dei miei viaggi dilatati,
duecento miglia che stavano scritte.
Anche la rossa snob osservo e assorbo,
mela senz’abito ‘e benedictione,
a Ponte San Giovanni pace e bene.

Un’idea vaga sempre avuta in mente
e ora che incombe ne senti il profumo
che poi si concretizza nel mai visto.
Da San Rufino, non ignoro pietra,
negli elementi aleggia il misticismo
e nello filosofico simposio.
Francesco e Chiara, amore, mi’ Signore,
appaiono in sembianze di santuario,
dovrei scriver cosa? Non ho parole!

Ho avuto il mio piccolo miracolo,
sorella luna mi ha rimandato te,
matre terra il rammarico è annullato.
Questo scenario ascetico lo dice,
possibile è dittar di humilitate,
vorrei essere tuo fratello sole.

(Impossible don’t write something)

132 assisi

Endecasillabi sciolti.
(XXVII.XLIII – 3.9 Assisi)

VISIONI LAGUNARI

Nella laguna scandagliando miti
sapore di Venezia ha la leggenda,
dei luoghi di mare essenza e vicenda,
estro d’isole dei sardi pelliti.

Piccolo molo di pensieri arditi,
Per mare e per terra m’offre la sponda
di epici viaggiatori seguir l’onda
navigando to Pellestrina city.

E si allontana il regno del gato,
storie d’avventuroso cabotaggio,
mentre emerge della tua rosa il fato.

Bocciolo gradevole incline al saggio,
nel buio agli occhi si traspone il tatto,
gli ardori più impensabili incoraggio.

Ave Signora nera,
san Marco ombra e lumera.

131 visioni lagunari

Sonetto con coda
(XXVII.XLIII – 31.8 Pellestrina/Venezia)

SEDUTO IN CONTRADA A PENSARE

Balenii in tour sulla carretera  est,
movenze del corpo della ragassa:
copre, scopre, accavalla, inarca, mostra
e scruta fuggente l’effetto intorno
dei sensi e provocanti prominenze.
Vagheggiata da tempo la tua fama,
il tuo esser distillato di cultura,
accademia de a marca medievale,
rivedo in te ora questo o quello scorcio,
deja vu di me errante, banduleri
in lustri di rara consolazione.
Consumo il rito dell’esplorazione,
colpo d’occhio turba, è viaggio nel viaggio;
fin qui la nomea di Francesco e Chiara
e ha visto luce e gloria l’Urbinate.
L’aquilone di tue dieci contrade,
sintesi in parco della Resistenza,
pensiero di Justine trapassa il prato.

130 seduto in contrada

Endecasillabi sciolti
(XXVII.XLIII – 28.8 Urbino)

EL FÒNTEGO

Come conviene in un giorno da lupi
in cui non cala buio o scorre orario,
ora sono qui a sbarcare il lunario,
compongo acché festa amena non sciupi.

Trancio la pizza, osservo, rimo in –upi,
la rossa inebria, bado al brand birrario,
echeggia una babele nel granario,
potrebbe udirsi pure lingua tupi.

Ricorda un grand hotel più che un fondaco,
serve un sensale in abiti da paggio,
mi aspetterei il conto con l’abaco.

Il sole ancora irradia sul paesaggio,
piazza dei “rossi” in una luce indaco,
tra ponte e stendardo quasi un miraggio.

128 el fontego

Sonetto
(XXVII.XLIII – 24.6 b Chg)

GIÀ M’AVEAN TRASPORTATO I LENTI PASSI

Campanili svettanti e miraggi veo,
fantareale transito di bagnanti,
aspra mistura, e improvvisamente…
Sull’uscio di santa Maria Maggiore
scruto quasi regolari asofìedri:
sarcasmi yometrikì di san Vitale
spunte repentine da realizzare
per assuefazioni contemporanee
da stravaganti contaminazioni.
Tratti spioventi, tondi, poliedrici
poligoni, piccoli, grandi, retti
angoli, archi assortiti a tutto sesto
e semiarchi, soprarchi a digradare.
Sulla destra Galla Placidia, mýthos,
con un covone d’oro che la guarda,
regolare, tranquilla, compensante.
Padroni di questo luogo gli uccelli
che mi svolazzano sul naso audaci.
Oudeís e dèu! Ogni tanto un passante
abitudinario, avvezzo a tal luogo,
va oltre ignaro di queste emozioni.
Davanti a me teorie di sante e santi,
mosaici e ori sfilo trasognato,
lo stesso Dante gira per la piazza.
Già m’avean trasportato i lenti passi
ove m’abbaglia quella luce intensa
degli occhi azzurri delle ravennati.

97 Già m'avean

Eccomi dunque in quell’eden fino ad allora solo sfiorato ed esaltato in me ancora di più dagli studi d’arte medievale; un’emozione immediatamente tangibile e non ci sarebbe molto da aggiungere, se non λέμε αργότερα.
Endecasillabi sciolti.
(XXVI.XLII – 23.6 Ravenna)

Απαγορευμένο για το αδιάφορος
Asofìedri: neologismo per poliedro indefinito, da ασαφής = vago e ἔδρον = faccia
Yometrikì: traslitterazione di γεωμετρική = geometrici
oudeís leggi udìs, da ουδείς = nessuno
dèu: dal sardo io. Sottile differenza tra e latina lunga e breve. Con la e breve/chiusa Déu significa Dio.
Già m’avean trasportato i lenti passi: è il 22° verso del XXVIII canto del Purgatorio di Dante.

VOLTI LEGGIADRI E CORPI INCROCIAN GLI OCCHI

Fluire di viaggi dei sogni assortiti
in un gelido ottobre inconsueto,
denti che battono, gambe tremano,
volti leggiadri e corpi incrocian gli occhi.
Perfino la locandiera è a tono,
conferma visuale dell’itinere,
lezione comparata d’arte e storia,
volti leggiadri e corpi incrocian gli occhi.
L’autrice della silloge ha lustro,
zumo su Lulù after the interview,
dig up the past with first love in book launch day,
volti leggiadri e corpi incrocian gli occhi.
Mescola di bidoni compensati
da promessa solenne of my pretty,
la giornata scialba acquista sapore,
volti leggiadri e corpi incrocian gli occhi.
La maitresse dirompente nel sollazzo,
verve sulle dolci conferme de ma belle,
ainsi est plus doux via Giulia sous la pluie,
volti leggiadri e corpi incrocian gli occhi.
Sveglie indimenticabili di July
dolci i baci e i ti amo… e le sere
la sua voce, il riso, scaldano il cuore…
poi il ritorno, per onorare il patto.

111 - volti leggiadri

In uno stato globale in cui the masses, ma anche gruppi di persone di buon senso, di ogni colore e religione, di ogni tutto, non riescono a modificare una virgola di ingiustizia, di infamia, capita di riflettere su quale sia il nostro potere o la nostra impotenza, pensavo che ci resta solo la speranza. Se almeno le buone speranze si unissero per sbaragliare il male (che non è quello cui alludeva Bush jr., ma è lui stesso e quelli come lui), la fame, i signori della guerra, la tirannia, il ladrocinio, la violenza… Certo, ci si fa prendere la mano, si dilaga, quando ci resta solo il pensiero.
Si cammina tra la folla, assenti, pensando magari all’attinenza incrociata tra viaggio e trip, mentre moltitudini si spostano, come nei tempi antichi, il dolore è diverso, ma c’è sempre. Viaggi, voli magici, che non hanno bisogno di erbe e narghilè, ma possono essere fantastici essendo comunque presenti a se stessi.
L’erba più buona è la fantasia, la creatività, ciò che vedono gli occhi, l’amore, il bene, la pace, l’uguaglianza, la giustizia giusta, la bellezza, il piacere sempre più raro di condividere quest’erba con gli altri.
Questi endecasillabi sciolti nascono ancora in viaggio, con una pluralità di mezzi, non escluso il cammino, che è un modo bellissimo di viaggiare, come lo è il pensiero stesso, che ha gambe e ci porta per la città, sotto la pioggia, tra la gente o con la sola compagnia delle pareti dei palazzi di un’antica via.
(XXV.XLI – 22.10 Rm)

FOLGORAZIONE

Non ho il voicetape con me al momento,
me ne servirebbe uno senza pile,
pratico, empeefour compatible, per
registrare pensieri in movimento
o almeno la realtà persistente
dei colori che diffonde il tramonto
nella mia autobahn verso Sardara.
Questo assiduo illuminarmi d’immenso,
questo sfondo che vorrei eternare
in più quadri nel mio cortometraggio,
ch’ è un patrimonio da non smarrire.
Ciclici viaggi, ricorrenti flashback,
stessa moto in corsa verso il mare
e tralicci di legno che scorrono,
germinali, d’un paesaggio d’infanzia.
E oggi il frastuono della risacca,
desiderio della voce orgasmica,
frammenti di carezze, i feticci.

folgorazione

Ci sono fenomeni della natura indescrivibili, dunque bisogna essere capaci di andare oltre le parole, semplice ausilio per l’immaginazione o per il ricordo, visto che nonostante tutto non si può registrare il pensiero e neppure la realtà, ma solo tentare di farlo con una molteplicità di espressioni.
Essere per strada, alla guida, al tramonto, in un lungo rettilineo e trovarsi di fronte a uno spettacolo di luce e colori, folgoranti per la vista e per lo spirito, tali da provocare un’emozione sconvolgente e il rammarico di non possedere l’inesistente voicetape video dedicato per registrare la meraviglia destinata a svanire a momenti.
In questo splendore di inizio estate un normale cavalcavia in lontananza acquistava la nobiltà di un arco di trionfo.
Il ricordo di questo evento, descritto il giorno dopo davanti a un mare limpido, evoca altre immagini del passato e del presente.
Ulteriore brano in endecasillabi sciolti con una citazione evidente, altre meno e un’autocitazione (vedi Infanzia).
(XXV.XLI – 26.6 Arbo)

‘NDO CAZZO STA GEMONIO?

Su l’adrenalina fin da Gemonio
sulle orme vaghe dell’antica schiatta.
Lavinia, la dolce, pari a Beatrice,
mi conduce in un eden di verde,
un ambiente da fiaba, oneirikòs,
con eco di ruscello per musica.
Un cielo di nubi rassicuranti
osserva il mio cammino verso Azzio.
Il nostro popolo torna ancora qui
dopo un secolo e un’altra metà,
mi biasimate Tumas, Giuvananton?
Che emozione sostare nella chiesa
il cui suolo potreste aver calcato;
giri intensi tra le viuzze del borgo
scrutando angoli del paese antico
a voi noti o perfino posseduti.
Vecchie case sulla collina cinta
dall’altipiano, bosco e prato ovunque.
Quattro generazioni hanno taciuto,
é stato arduo aprire squarci di luce;
basta stare sotto lo stesso cielo
e respira’ l’istess aria valcuvian.

'ndo cazzo sta gemonio

Fin da bambino ho saputo che un ramo della mia famiglia non era sardo, ma proveniva dal continente. Quando capitava, se ne parlava sempre in modo vago, direi impreciso.
Diversi anni fa approfondii le poche notizie che avevo e scoprii che quel ramo materno era varesotto. Ero stato nella zona solo tre anni prima, inconsapevole.
Sei anni fa mi recai in Valcuvia deciso a saperne di più, non trovai nulla; idem due anni fa, benché diversi atti fossero piuttosto chiari, come ho potuto verificare ancora di recente. Il rapporto dei miei antenati con quella valle deve dunque ancora essere chiarito, forse un passaggio temporaneo…
Solo poco tempo dopo il secondo viaggio ho scoperto che il paese d’origine è un altro (o probabilmente sono più di uno), sempre nel varesotto, ma in una valle attigua, la Valceresio.
Ciò non sminuisce le emozioni provate in Valcuvia, che ho descritto per quanto possibile in questi endecasillabi sciolti, ma è solo la premessa per viverne delle altre.
Discorso a parte merita il titolo del brano. Mi è capitato di dare ad articoli titoli sibillini dal difficile accostamento al contenuto, non ricordo ciò sia avvenuto per dei versi.
Il titolo di questo brano è frutto di un aneddoto per me irresistibile, quanto apparentemente insignificante, che si è imposto nell’incertezza del titolo da dare.
Quando feci sapere a un’amica varesotta, premiata poetessa, che mi recavo in Valcuvia e citai Gemonio, stazione ferroviaria nord, lei chiese, non a me, “…’Ndo cazzo sta Gemonio?”
La situazione mi parve così paradossale, divertente e per tutta una serie di notazioni, anche politiche, geniale, che non potevo non valorizzarla.
(XXIV.XL – 7.9 Azzio)

PORTO PISTIS

Misteri di rocce, come illusione
svaniscono, quasi il mare fosse
lo schermo di un gioco elettronico.
Sabbie d’oro socie di antichi assalti,
allora gaia celia, oggi rimpianti.
Acque testimoni di tentazioni
estreme, di trasgressivo sollazzo.
Prenda guarnita di torre spagnola,
meta di oscuri corsari moreschi.
Distesa di memoria, materiale
diario non scritto che scandisce il tempo
trascorso, rendendolo tangibile.
Convegni adolescenziali mancati,
presunte sicurezze conquistate
e giovanili desideri elusi…
Già chioccia, or solo consolatore.

porto pistis
 
Ancora una volta osservo il mare, il mio porto consolatore, con la sua storia, con la mia storia che rivive su quelle sabbie, evanescenze, volti, gesti, echi di un ieri perenne. Una magia che si ripete ed è come se la natura ne fosse il motore.
Endecasillabi sciolti di nuovo, ma questa volta composti in staticità, quasi in trance, di fronte al mio mare.
(XXIV.XL – 2.9 Arbu/Pis)

Prenda = gioiello (dal sardo)