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SEMPRE CARE

Sempre care mi foste per istinto,
incombere che alletta immaginario;
dell’arte e misterioso disio avvinto,
colsi in scritti di cui sfuggì il frasario.

Viale inalberato, riso discinto,
ricerche evoca cui son refrattario
la lunga teoria dal volto dipinto,
bellezze diverse, scarno vestiario.

Comunemente serie, distaccate,
un po’ schive, attente, quasi timide,
o anche in gruppo baccanti sfacciate.

Solinga Rea dalle labbra tumide,
lanci grida che appaiono baciate,
via con te a cercar giornate fulgide.

sempre care

Sonetto.
Da questo brano cesso di commentare i miei versi. Ho maturato questa decisione grazie alla riflessione sollecitata con forza da una cara compagna.
Confesso che avevo cominciato a farlo, in origine, per dare più senso ai miei versi adolescenziali, che non intendevo rinnegare, ma giudicavo in parte molto retorici.
In seguito era diventata routine che poteva aver senso solo per me stesso.
(XXVII.XLIII – 17.6 Arbo)

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INNANTIS DE EVA

Innantis ‘e m’arregordai de Eva
m’enit a conca sa Dea Mater
de titas puntudas
che cùcuru ‘e Mamilla…
e frumis de lati
poderaus de s’istòria
de Aleni de Troia
a Eleanora d’Arbaree.
Ddas ammostant in su cuadroxu
o asuta a velludus,
in sa plaja buida
o ddas prenint de misteru.
Veladas, allichididas,
masedas o inchietas,
asut’ ‘e gunneddas, artivas.
E nèbida chi est prus timòngia,
indrucit, lisat, imbellat.
Oi baddant in s’anea
e a bortas in su monti,
in paperis e tzìnemas,
petza tropu craca,
pagu logu po poesia.
Mi dda procuru deu
bandidu de s’acòdriu.
Is de Nives lisas,
de Luxia perfetas,
intrusciadas de Olària
agrighiddidas de Maleni,
velludadas is de Suia
sas mellus cussas de Arega…

62 innantis

Ulteriore salto di qualche anno dopo «Su contu» e si perviene ad una serie di componimenti sempre in sardo.
Il primo è questo, forse non abbastanza ermetico perché non si colga l’”oggetto” del desiderio da cui è ispirato.
Questo ciclo di brani risponde alla caratteristica del componimento di getto, fluido, spontaneo, nell’ambito però di un’atmosfera ispiratrice ben definita, che era allora il sogno e il colore di grano di un’infanzia che ormai si allontanava nel tempo e il cui ricordo trasmetteva un alone di mistero, di incantesimo, di magia.
(XIII.XXIV-30.07 A)

Traduzione:
PRIMA DI EVA
Ancora prima di ricordarmi di Eva/ mi viene in mente la Dea Madre/ dai seni a punta/ come le colline della Marmilla…/ e fiumi di latte/ arginati dalla Storia/ da Elena di Troia/ a Eleonora D’Arborea./
Le mostrano di nascosto/ o sotto velluti/ nelle spiagge deserte/ o le riempiono di mistero./
Velate, eleganti,/ dolci o inquiete,/ sotto le gonne, fiere./
E nebbia che è più incenso,/ addolcisce, liscia, abbellisce./
Oggi ballano nella sabbia/ e alcune volte in montagna,/ sui giornali e nei cinema,/ eccessivo ammasso di carne,/ poco spazio per la poesia./ Me la procuro io/ bandito dai compromessi./
Quelle lisce,/ perfette,/ turgide,/ prosperose,/ vellutate,/ le migliori quelle di Greca./

Alter onomastica:
Nìves = Neviana
Luxìa = Lucia
Olària = Eulalia
Malèni = Maddalena
Suìa = Sofia

FANTASIA

Quella mattina mi svegliai
mentre la sognavo
e per un istante
mi parve di averla davanti;
la visione, confondendomi,
ritardò il processo
di adattamento della mente
alla realtà di sempre.
La incontrai uscendo di casa
e riuscii a fermarla;
non esitò a confidarmi
episodi della sua vita,
espose la sua idea d’amore
con parole coinvolgenti,
poi trascinata dal cuore
ne parlò in modo naturale.
Finimmo per amarci
in un prato nascosto,
dove le promisi
che sarebbe rimasto un segreto.
In seguito mi venne voglia
di rivelare quell’esperienza
e senza volerlo
la misi nei guai;
dopo qualche giorno
chiunque seppe di noi,
anche i suoi parenti
la giudicarono male.
Stupidamente la privai
della stima comune
e credo mi biasimasse,
pentendosi di avermi amato.
Continuo a rammaricarmi
per aver detto tutto,
ignoravo di causare
questa grave situazione.
Prima di dormire
mi illudo ancora
di sognarla e ritrovarla,
per un’altra chance.

L’ingenuità dei sedici anni c’è tutta. L’originale era intitolata Venere (Silly), poi (Risveglio) e ricalcava metrica e ispirazione del brano forse più famoso di Dalla. La svolta “movimentista” non mi aveva ancora preso del tutto o per niente. Sognavo e fantasticavo ancora suggestionato da pianeti e dei dell’Olimpo.
Brano quasi arcadico, l’originale, dove il poeta, colto da Venere (pastorella) nel sonno, ottiene in dono la sua verginità (eresia!!!) nei pressi di un fiume, non riuscendo poi a mantenere il segreto. Ma Venere fu magnanima.
Il rimaneggiamento avvenuto qualche anno dopo è più maledetto.
Il diario riporta: “dedicata a Silly, che mi sveglia con il suo dolce viso dal sonno della notte e dell’aurora”.
(III-28.4 S)