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PARADISO (libertà)

 Sappi che ho sempre atteso,
 con ansia, il tuo arrivo.
 Ricordando gli anni trascorsi,
 non credevo al tuo esordio:
 volevi stare insieme a me,
 fuori, a parlare.
 Contro voglia andai alla festa,
 ma la mia mente restò con te;
 al rientro baciai i tuoi “bei sogni”.
 Gli amici capirono i nostri desideri,
 ci ritrovammo soli;
 di sera il preludio, poi fastidi,
 quindi insieme in “paradiso”.
 Star lontano da te era bere un veleno.
 Nei pressi dei campi di pero
 fuggivi la mia passione;
 giù, nel ruscello,
 non percepivo i tuoi pensieri.
 Nascosti da un vallo di terra,
 ci scaldammo le labbra
 e un rumore ci bloccò.
 Con le spalle al paese
 i nostri corpi in perfetta fusione:
 i cuori una caldaia rovente,
 le bocche fumaioli tappati;
 dopo il ristoro chinavi il capo:
 non c’era niente di male!
 il mio “cammino” tanto impetuoso
 stavi su di me e ti dissetavo,
 carezzavo la tua pelle morbida.
 Quel mattino insieme al mare
 c’era voglia di appartarci;
 le mie “doti” metapsichiche
 vidi sfumare in compagnia.
 Stesi al sole giocavamo con i corpi,
 le nostre membra chiedevano amore:
 un “paradiso” poteva sfamarci.
 Stesi ai piedi di un pino,
 mimetizzati nell’abbraccio,
 ti sfioravo con dolce furore.
 Non c’è da chiedere perdono
 per peccati di lussuria:
 del celestiale era in noi!
 la tua sincerità era palpabile,
 non sognavo e non dormivo,
 volevo solo amare.
 Ti lasciai il mio segno.
 Mutasti in bimba pudìca,
 quando troppo pretesi:
 sfuggivi al pulcino
 rinato serpente,
 col quale scambiavi
 acido straziante e bollente.
 Le rovine dei nostri templi:
 labbra e corpi infuocati,
 in un mondo che capì.
 Con viva realtà, al ritorno,
 simulammo normalità.
 Subisti precise allusioni,
 un tuo annuncio mi preoccupò:
 il mio cuore pieno di angoscia
 avrebbe potuto già perderti allora,
con i miei segni sul corpo e nell’anima.

 paradiso1

Il brano descrive l’apice della passione introdotta nel brano precedente. Difficile riportare su carta quelle sensazioni, quei sentimenti; per dirla col Poeta “il mio veder fu maggio che ‘l parlar mostra, ch’a tal vista cede, e cede la memoria a tanto oltraggio” (Comedia, Paradiso XXXIII, 55-57). Il titolo non è dunque casuale. Tanto è vera la citazione che, questo brano, salvo qualche opportuna correzione linguistica, è fedele all’originale, quasi per un religioso rispetto. E’ stato scritto poco più di un mese dopo il precedente, dunque sempre a sedici anni. Mi avvicinavo decisamente in quel periodo alla progressive music, per cui il brano è stato concepito come una sorta di suite, dove la “musica” sono le parole stesse, vista la vastità (c’è ancora una seconda parte e del corpus fanno parte anche Inferno – alienazione transitoria e Purgatory – strumpet, già pubblicati).
 Mi sento di confermare (è risaputo) che è più facile scrivere del dolore, che della felicità; del brutto più che del bello; del negativo piuttosto che del positivo… Ovviamente c’è qualche grande eccezione: Dante, ad esempio, ha scritto un magnifico Paradiso; non so se i dotti dovessero attendere un Benigni per capirlo, considerato che la terza cantica della Comedia è stata sempre ritenuta la minore e così non è. “Ci sta” invece che ci piaccia di più la descrizione della sofferenza, anziché della felicità.
 Quanto al mio lavoro, visto che descrive (poche settimane dopo l’evento) un momento straordinario che ho vissuto, può essere banale quanto volete, ma in questo caso specifico lo guardo come qualcosa da venerare.
(III – 18.9 A)

Music:
MI- … LA- … MI-
RE … LA- … RE
RE … MI- … LA
RE RE- LA- MI- (e si ripete…)
(III – 13.8 A)