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FANCIULLEZZA

I periodi in cui siamo stati bambini non hanno dei confini ben definiti, vi sono vari step non uguali per tutti: cominciare a camminare (scapai a pei, in sardo), iniziare a parlare, frequentare la prima scuola ed entrare in contatto con gli altri bambini… poi c’è un salto maggiore, quello della Scuola elementare (oggi primaria), dove incomincia un modo diverso di rapportarsi con i compagni e con gli adulti, un primo ingresso in società, le prime responsabilità.

In questo tempo che io ho voluto definire fanciullezza, denominando infanzia quello precedente, la coscienza di se si fa più nitida e anche i ricordi diventano più saldi. Non vi sono confini precisi, ma in linea di massima sono cinque anni per ciascun periodo, una vita per un bambino e anche per un adulto che ripensa a se bambino, almeno per me è così… La percezione di uno scorrere lento del tempo e un’intensità degli avvenimenti cospicua. Essi ritornano secondo la nostra volontà e le nostre scelte mnemoniche.

E’ chiaro che non si può esaurire l’argomento sulla propria infanzia e fanciullezza in poche righe; a esservi interessati sopra altri argomenti si potrebbero scrivere volumi, ma ognuno di noi si crea delle priorità, pure sulla scrittura, anch’esse non hanno limiti ben definiti e mutano con il tempo.

Come impressione, devo dire che dedico parecchio tempo dei miei pensieri a quell’età, non di meno ad altre fasi della mia vita, ma intendo dire che non escludo quel periodo e ci torno spesso con i ricordi, con le immagini, con considerazioni particolari e a volte con un confronto tra i riflessioni espresse in altri momenti, una sorta di ricerca non scritta.

Queste riflessioni hanno l’unica ragione di tornare su un argomento già trattato, appunto, senza pretendere di esaurire l’argomento, che altrimenti non avrebbe mai fine.

Non avendo la pretesa di un approccio di carattere scientifico alla materia, basandomi prevalentemente sulla mia sola esperienza, devo osservare che chi riflette su quel bambino (me stesso), non è un bimbo, ma un adulto, lo dico perché a volte può avvenire una sorta di sdoppiamento come se a pensare fosse l’io di allora.

In altri tempi forse sono stato anche troppo “severo” sul me piccino, non parlo di comportamenti, ma di consapevolezze o che so io. Inutile peraltro cercare nel bambino che sono stato germi dell’adulto formatosi e che sono, avendo la pretesa, una volta giunto in età matura (dopo l’adolescenza) di aver mantenuto, pur maturando, le stesse idee.

Come premessa è anche troppo lunga, sì, perché le idee fanno ressa e non possono essere considerare tutte.

Opterei per esaminare due aspetti: qualche fatto essenziale e dirimente rispetto alla formazione e strane elucubrazioni pseudo filosofiche, tipo “mondo di Sofia”.

Nel momento in cui dovetti iniziare la Scuola Elementare, mio padre fu trasferito dal paese di origine della famiglia, in un altro a una ventina di km., così lasciammo casa nostra per andare a vivere in un altro luogo, e là iniziai e conclusi le elementari. Penso sempre a cosa poteva cambiare se avessi continuato a stare nel mio paese natale. Non penso sia una riflessione banale, visto che tornato a casa, in sostanza avevo per due volte cambiato le mie conoscenze, gli amici, gli incontri…

Il mio primo giorno di scuola non fu ordinario, piazzai un casino, perché ritenevo di potermi scegliere io il maestro; non fu un atteggiamento arrogante, ma disperato, perché mi separavano dagli amici fino ad allora conosciuti.

Se devo essere sommario, passavo il tempo tra giochi con gli amici (calcio, bici, battaglie…), lettura di fumetti, compiti (immagino, non è il ricordo più presente), tv e a un certo punto, in un primo iniziale interesse per la scrittura e le canzoni.

Anche il cinema divenne un appuntamento settimanale… Mi sono rimasti impressi i film più sconvolgenti, dove accadevano cose tristi e in particolare, film “storici” con riti funerari degli antichi egizi (durante quelle scene chinavo il capo per tutto il tempo).

Fin da allora iniziò un’occupazione che non mi ha mai abbandonato, la fantasia. Mi creavo delle avventure e pretendevo di sognarle, in una sorta di mistura tra onirico e reale: un treno (forse mio?), battaglie campestri o altri avvenimenti, anche scolastici, risceneggiati a mio piacimento, immedesimazione con gli eroi dei fumetti, fino a immaginare di essere un alieno o che tutti fossero alieni tranne me…

La radio, più della TV, era una fucina di espressioni suggestive che si imprimevano in mente, nomi di stati, di capi di stato, africani o dell’America latina, ma anche Europei, dell’URSS e dell’estremo oriente…

Fatti che poi inevitabilmente davano luogo a riflessioni, riprese in età adulta, ma meno criticamente, anzi è curioso come si possano formare delle catene apparentemente senza logica, come ad esempio dalla paura degli antichi egizi a un interesse particolare per l’argomento, intercalato da vari episodi.

La fanciullezza non più miraggio ma sorgente di nuove consapevolezze.

3 – fanciullezza (33 – IV – 30.12 a) – a 30.12.2019

UNA NASCITA

Cosa potrà pensare un adolescente della propria nascita, un momento di cui saremo sempre inconsapevoli, ma nello stesso tempo il momento fondamentale della nostra vita?

Potrà ricostruire qualche immagine in base al racconto fortuito dei genitori o di qualcun altro che ha assistito all’evento, poi gratificare del racconto l’amore del momento.

Lo ho sempre considerato un momento intimo, su cui avrei voluto forse speculare, ma non ho mai osato chiedere più di tanto, se non chi era presente in casa, le nonne, qualche vicina…

Un tempo, almeno nelle località in cui non c’era un ospedale, si nasceva in casa, nella propria casa, con l’assistenza di un’ostetrica, era certamente un evento più tradizionale, che coinvolgeva l’intera famiglia, con tutte le conseguenze che poteva comportare, dal punto di vista di rilevare o meno dei problemi anche lievi, ma risolvibili, che so, una displasia, un ittero… Non intendo certo fare l’apologia della nascita a domicilio, almeno se non si ha la possibilità di essere assistiti a dovere. Eppure c’è stato per qualche tempo il rimpianto per la nascita in casa, se non per il parto in se, per il fatto di dover nascere fuori dal proprio comune di origine, motivo d’orgoglio che in passato ha causato anche delle prese di posizione…

Qui in Sardegna lo scrittore Gavino Ledda contestò per lungo tempo la norma dello Stato civile che impediva di dichiarare nato nel comune di residenza dei genitori, il bambino che nasceva di fatto in un ospedale. La norma è stata leggermente modificata, ma solo in senso burocratico, di fatto non cambia la sostanza (l’atto si registra nel comune di residenza, ma si indica il comune del parto).

Potrebbe aprirsi qui il lungo discorso del concepimento, che nel medioevo a Firenze contava l’età di una persona da quel momento (a conceptione) piuttosto che dalla nascita, ai fini del luogo da indicare nell’atto… Certo si aprirebbero scenari anche comici. Eppure, c’è qualcosa di un po’ assurdo nel sapere che, ad esempio, nella nostra provincia, i bambini sono tutti nati in soli tre comuni, è un obbrobrio dal punto di vista culturale.

Senza tornare agli usi fiorentini, certamente si potrebbe considerare la residenza dei genitori, tenuto conto che al nono mese sei comunque compiuta/o anche dentro il grembo materno. Un’altra soluzione potrebbe essere quella di accompagnare il luogo di nascita a quello di origine.

Oggi i bambini nascono quasi tutti negli ospedali, ma questa scelta è stata graduale, forse per oltre un decennio presumibilmente cessato negli anni Ottanta, qualche madre ha scelto il parto a domicilio, così molto raro oggi.

Ci si fa prendere la mano con questi discorsi, ma esiste anche l’etica e la cultura, oggi si parla solo di soldi…

E’ bene che una persona trovi momenti per riflettere anche sull’esistenza – si spera sempre in senso positivo e sereno -, che si preoccupi di questo suo “mistero”: che se sei stato concepito a gennaio, hai probabilità di nascere a ottobre, magari alle tre di notte e di sabato. Riflettere magari sulla situazione intorno a se mentre si veniva al mondo, che poi è una delle cose più “facilmente” ricostruibili.

7 una nascita

1 – Una nascita (7 – II – 23.10 s) – a 31.10.2019

FANCIULLEZZA

Scontento lasciai il paese natale,
dovetti abituarmi alla nuova dimora;
trovai altri amici per giocare
e presto condivisi con una bimba
le mie passioni di fanciullo.
Primo giorno di scuola, fermento,
tra sconosciuti piansi disperato
e disertai la classe assegnata
rivendicando la soluzione gradita;
rappresaglia: del maestro il sarcasmo!
Ricostruivo il mio microcosmo,
nostalgico di piaceri infantili:
un giro in automobile, fantasie…
Classe mista! Nel mio vico si giocava
con riti della tradizione contadina:
il salto di una fila di fuochi
nella calda notte di San Giovanni.
Suggestione dalle strisce western
all’origine della tenda indiana,
culto annuale, da noi piccoli imitato.
Vaghi ricordi del primo alloggio,
minestroni e sieste ingoiati a forza,
ciak sui nuovi vicini ventinovenni,
uova predate a galline ruspanti
in terra nullius. Trasloco di fronte.
Le paure del cinema di morte,
lugubri egizi m’incussero terrore.
Pensieri volti a compagna di classe
per cui tutti andavamo in sollucchero
e ad avventure fantastiche in treno.
Davamo la caccia a inermi locuste
con armi di legno riprese da fumetti.
Stupore e incoscienza per un lutto
che colpì la mia amica di giochi,
la famiglia emigrò. Finestra sul mondo.
La nuova vicina coetanea e moralista,
nata chissà in Scorpione? Dominava…
I calzoni corti per giocare a calcio
accanite partite in strada tra rivali.
Se imposti disertavo messa e dottrina.
Non amavo la vita lontano da casa
in colonie controllate dalle suore.
L’impulso a prender la bici che babbo
usava per andare al lavoro… sfasciavo.
Su bascu, ispetzionai sa linea, a cassa.
Le assenze del maestro in aula
pretesto per sfogo di impeti e sfide,
distrussi un lavoro della classe
confidando su un salto più lungo.
Radio, Congo, America latina, tv ragazzi.
Si esplorava il mitico fiume
e il nuraghe divenne la fortezza;
il rito di iniziazione nel torrente,
le discordie, la scissione, la rivolta.
Recinti di filo in giardino…
classica caduta nella fontana
Battaglie, invasioni, giornaletti,
desiderio di contatti femminili.
Infiniti fatti non riferiti, offuscati.
Inconsapevolezza della verità, miraggi.

fanciullezza

Il tempo delle Scuole Elementari ricostruito a diciotto anni. Rivedendo il brano, mi sono reso conto di tanti particolari trascurati, come se lo scorrere del tempo rendesse più nitido il ricordo del passato.
Cinque anni per un bambino sono una vita, un tempo lunghissimo vissuto intensamente, lentamente. Man mano che si cresce i ricordi e gli episodi si moltiplicano, si affollano nella mente, chiedendo attenzione… se non si opera una scelta drastica, selettiva, non se ne esce: così è stato.
Il titolo è originale, ispirato ad una sorta di versificazione pedagogica, di formazione, che ha avuto seguito per qualche tempo.
La complessità di dover raccontare un periodo della vita in versi, richiama qui e là, tanta retorica, più o meno percepita in base a stati d’animo ed epoca vissuta. Pertanto il brano, proprio fisiologicamente, per elezione, ha subito un rimaneggiamento che non ha interessato in modo particolare gli episodi, ma il modo di raccontarli, privilegiando il flashback all’esposizione meramente prosaica, pur presente. Sarebbe dunque inutile segnalare le variazioni, per capirne la portata, mi limito a citare gli ultimi tre versi della prima stesura, condensati in uno solo:
Poca coscienza di verità,
lontani i tempi di rivolta,
irrealtà su ogni fanciullo.
(IV – 30.12 A)

Music:
MI SOL FA MI
MI SOL FA MI
MI LA (da “L’impulso a prender la bici…”)
MI LA (a “Confidando su un salto…)
DO SOL (…repeat)
(IV – 30.12 A)

PLUTONE

Diabolico punto lontano,
inutile meta che cerchi la luce,
il tuo nome inganna,
Plutone: sei ghiaccio!
Fossi unico!… Invece
hai bisogno d’amore,
non stancarti a cercare…
Un’istituzione semplice
lavando ignoranza, creerebbe un Uomo:
grande cosa per tutti!
Farebbe parlare,
conoscere il mondo;
spiegando fenomeni
quanta gente ha insegnato!
Agglomerati di fogli da scrutare
sprigionano cultura mostrale;
tra gli impianti originali,
laboratori santificati,
teoriche sale,
esperienze immaginarie…
tutto un mitico gioco
nasconde l’identità
della tua amante, Plutone.
Sarebbe Pubblica Istruzione,
lo dice una scritta nel marmo.

     Suppongo che da sempre gli studenti abbiano contestato in modo più o meno veemente l’istituzione scolastica, con apoteosi storica nel Sessantotto. Ciò accade soprattutto perché in passato il Ministero della Pubblica Istruzione veniva affidato a politici conservatori e fuori dal tempo, più recentemente ad improvvisatori, pasticcioni o emeriti ignoranti.
     Ancora oggi (a parte la discesa in campo degli asini e lo smantellamento della scuola pubblica, privata di risorse) l’attività didattica perde di vista che lo scopo della Scuola è educare ed istruire e non una funzione punitiva dello spirito giovanile.
     Brano scritto a diciassette anni, quando definivo la situazione della scuola “disastrosa” e “Questa istituzione sta perdendo valore col tempo ed è come Plutone, lontana, buia, fredda”. Figuriamoci ora!
     In origine il brano aveva come sottotitolo, appunto, “Scuola”. Rispetto all’originale ha subito dei tagli, da me giudicati eccessivi, retorici e in parte non più condivisi.
     Dopo il terzultimo verso c’era questo testo:
Deciso la soglia ho varcato./ Sarà un’eccezione vedere imparare/ i ragni e la muffa:/ hanno diritto anche loro./
Tra baldoria e silenzi/ dei ragazzi e un signore/ si stanno a guardare./
     Alla fine c’erano questi versi:
Finita l’ardua scalata/ avrò un foglio di carta/ e starò senza mangiare:/ ho solo perduto del tempo./
Non bisogna mentire/ “cari” governanti./ Plutone, lei potrebbe morire./
(III- 7.12 S)

UNA NASCITA

Iniziava un nuovo anno
insieme alla mia vita
ma per tanti mesi
non mi vide nessuno.
Molti tornavano a scuola
mentre decisi di
uscire dal nascondiglio
…e sono nato allora.
Finiva una settimana
ed un paese aveva
un altro abitante,
gli uomini un fratello in più!
Cominciava un nuovo giorno
quando qualcuno mi incontrò
per la prima volta.
Nacqui in un casa modesta
ignaro di chi mi stava vicino
e di ciò che accadeva intorno.
Chissà quale si pensò
sarebbe stata la mia condotta
allorchè avrei conosciuto la realtà.

una nascita

Versi scritti a sedici anni con intento meramente celebrativo.
Un canto intimo e ancor di più lo era l’originale, con riferimenti biografici precisi e una chiusa dedicata all’amore di allora.
Il brano ha subito nel tempo diversi rimaneggiamenti, tanto da rendere complesso un qualche cenno alle precedenti elaborazioni.
Le variazioni hanno cercato di togliere, per quanto possibile, l’approccio retorico di versi come: “Tanti stavano per morire/altri stavano per nascere…”, “Tanti dormivano alla terza ora/ altri eran svegli…”, “Modesta la sua casa/ … tutti felici/ e lui strillava”…
 (II – 23.10 S)